Giugno 19, 2024

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Impossibile darsi la mano tra Nietsche e Marx


Quante volte ci siamo chiesti se in Compagno di scuola, Antonello Venditti quando cantava che «Nietzsche e Marx si davano la mano», aveva una ragione non solo poetica e ritmica, ma anche di convinzione filosofica.

La tesi parte dal concetto secondo cui l’ignoranza sia sinonimo di schiavitù.

Karl Marx scopre in seno al processo di produzione capitalistica l’alienazione dell’uomo, scova le ipocrisie borghesi dietro ai tanto decantati valori liberali, definisce la religione come l’oppio dei popoli.

Mezzo secolo più tardi Friedrich Nietzsche inveire nei suoi violenti aforismi contro le religione ebraica e cristiana, accusate di essere stata per oltre due millenni, lo strumento con cui l’uomo è stato assoggettato e pian piano, da bestia feroce qual era, addomesticato, sino a diventare una creatura debole, docile e priva di qualsiasi istinto vitale.

Se si fossero incontrati si sarebbero divertiti insieme? Nietzsche gli avrebbe prestato uno dei suoi martelli e avrebbero distrutto tutti i valori, fianco a fianco? Se si fossero seduti intorno ad un tavolo dubito che avrebbero trovato un accordo.

È indubbio che Marx criticasse la religione, ma non era questo il suo obiettivo polemico principale: ciò che lo preoccupava maggiormente erano le condizioni dell’uomo, ridotto a mera cosa-strumento all’interno del processo di produzione capitalista. Quando questi afferma che «la religione è l’oppio dei popoli» intende dire che le misere condizioni materiali a cui è ridotto l’uomo lo portano inevitabilmente a cercare una qualche consolazione. «La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l’aureola.». Non è tanto importante demolire la religione e uccidere Dio quanto piuttosto eliminare le condizioni materiali che costringono l’uomo a crearsi una religione, a crearsi un Dio. «Il fondamento della critica irreligiosa è: l’uomo fa la religione, e non la religione l’uomo.». Insomma, secondo Marx la religione è il sintomo e non la causa di una società che soffre. Solo eliminando le cause scompaiono anche i sintomi, come insegna Freud.

Di diverso avviso è invece Nietzsche che fa della critica alla religione il punto focale della sua intera opera. Qui è la religione a fare l’uomo e non il contrario; sono i valori della metafisica e poi del cristianesimo ad averlo plasmato; è la sovrastruttura che impone la struttura; è la religione colpevole di aver negato la vita libera; i valori cristiani colpevoli di aver soffocato gli istinti vitali. Nietzsche è rivoluzionario e reazionario insieme: vuole distruggere le tavole di valore e al tempo stesso ridare dignità ad un uomo che ha perduto quello che lo rende rispettabile: la sua bestialità, il suo coraggio, la sua saggezza di animale. «Incuranti, beffardi, violenti-così vi vuole la saggezza ». Solo nel momento in cui l’uomo avrà distrutto le false credenze e compiuto il deicidio potrà porre le basi per la sua emancipazione. E non si tratta di una rivoluzione collettiva ma piuttosto di un cammino spirituale individuale: dopo essere rimasto solo senza alcun valore di riferimento, dopo aver sperimentato l’orrore del nichilismo, dopo aver portato sulle spalle il peso del cadavere divino, l’uomo sarà capace di creare nuovi valori, di dire sì alla vita. E allora non sarà nemmeno più uomo, essendo questo nient’altro che un incidente di percorso nella storia dell’evoluzione. Diventerà Superuomo.

Da una parte dunque abbiamo Marx che si fa promotore dell’emancipazione umana, dall’altra Nietzsche che annuncia la distruzione e il superamento della stessa. Da una parte Marx che solidarizza con i deboli e promuove una rivoluzione che abolisce ogni distinzione di classe, dall’altra Nietzsche che fa del bipolarismo antropologico forte-debole il fondamento della sua intera filosofia. Laddove Marx si batte per l’uguaglianza umana, Nietzsche promuove la riabilitazione delle distinzioni tra gli uomini: elegge i forti, aborre i deboli. E la rivoluzione del proletariato? L’avrebbe forse considerata l’ennesima astuzia della morale degli schiavi. Il momento in cui l’agnello vince sul leone, ovvero in cui il debole, grazie a un’ideologia, ribalta l’ordine naturale e diventa forte.

Venditti scriverà canzoni magnifiche, ma di sicuro Nietzsche e Marx non si sarebbero mai dati la mano.

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