Giugno 17, 2024

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I tanti nomi della democrazia

Quando si parla di politica la parola “democrazia” è quasi onnipresente e tutti sembrano volersene fare rappresentanti. Ma quali sono le vere origini della democrazia occidentale e quali incomprensioni influenzano il modo in cui la vediamo e viviamo?

La democrazia è, ancora prima che una costituzione politica, un’idea assimilante, un’identità. È agli occhi di molti sinonimo di libertà, talvolta anche usata come qualità esclusiva di una parte di mondo, dove ogni individuo è partecipante e fautore del proprio destino. Ma anche se non prendessimo in causa la bipartizione attuale tra “mondo libero” e “autocrazia illiberale”, già dalla sua formulazione ideologica la democrazia vuole richiamare una continuità mitica: l’Europa, seguendo lo schema classico, usava la demokratìa greca per appellare alcuni esperimenti politici che si stavano succedendo tra il Settecento e l’Ottocento, quando questi erano, in realtà, frutto di esperienze storiche che avevano radici nel Medioevo e nella modernità.

Che cos’era la demokratìa

Secondo la celebre tripartizione aristotelica, i greci riconoscevano, come costituzioni politiche possibili, la monarchia, l’oligarchia e la democraziaQuest’ultima esisteva, come idea, sulle coste dell’Egeo prima che essa raggiungesse il proprio apogeo ad Atene nella piena età periclea. Eschilo, nelle Supplici, fa decidere gli argivi in assemblea attraverso «la dominante mano del popolo». Guardando a fondo, però, la demokratìa, per come si realizzò nella Grecia antica, non aveva vistose differenze qualitative con l’oligarchia già ampiamente affermata. Sparta viene identificata notoriamente con un governo misto di stampo oligarchico, ma anch’essa disponeva di un’assemblea di cittadini in cui si riunivano direttamente, l’apella, esattamente come ad Atene ci si riuniva nell’ecclesia sopra la PniceL’unica differenza era che a Sparta i cittadini erano meno (a malapena diecimila alla metà del V secolo) e appartenenti a una casta guerriera-fondiaria, mentre ad Atene erano più del triplo e avevano una provenienza sociale variegata.

Ad Atene, però, si sviluppò un processo politico diverso, che andava oltre la collegialità del potere e che fu la vera caratteristica peculiare della demokratìa, per cui i loro fautori poterono essere chiamati a buon diritto democratici: la retribuzione delle cariche pubblicheFino a quel momento la politica non era mai stata intesa come mestiere, ma come necessaria conseguenza dell’essere appartenenti a una società. Perciò, essa poteva essere praticata solo da chi aveva tempo per farlo, ossia i ricchi, mentre chi doveva lavorare per sostentarsi non aveva la stessa capacità di parteciparvi. Da Temistocle in poi, politici come EfialteTolmide e infine Pericle si fecero sostenitori di questa misura, garantendo a coloro che avrebbero presenziato all’assemblea o ricoperto incarichi pubblici una retribuzione (misthos). Un’astuta strategia politica per chi era popolare soprattutto nei ceti politicamente passivi, ma che in poco tempo trasformò la mentalità e la composizione della classe dirigente ateniese. Perciò, verrebbe da dire che il concetto originario di demokratìa non fosse tanto (e solo) legato alla collegialità del potere, o al voto diretto, o all’ampiezza del bacino elettorale, quanto piuttosto alla possibilità di partecipare ai poteri dello stato.

Che cos’è la democrazia

Come molti altri istituti contemporanei, anche quello democratico deriva dalle strutture accumulate a partire dal Medioevo e l’età moderna. Ciò che chiamiamo in veste antica “democrazia” è strettamente legato al concetto politico parlamentare evolutosi nei secoli. In effetti il parlamento non aveva nulla a che fare con la partecipazione popolare, né ce l’ha per vocazione. Il parlamento per come lo conosciamo noi, in quanto istituto del potere democratico, è nato in Inghilterra durante il Medioevo. I regni anglosassoni dell’eptarchia (così come il regno d’Inghilterra unificato) ereditavano dalla tradizione germanica l’istituto del witenagemot, ossia la riunione dei grandi attorno al monarca in funzione consiliare. I normanni, nel 1066, portarono con la loro conquista anche il loro centralismo monarchicosostituendo l’antica assemblea anglosassone con la curia regis, presente anche nel loro regno siciliano. Se però nel Mezzogiorno tale istituto cadde sotto la forza della monarchia, in Inghilterra l’aspetto “consiliare” e “collegiale” del potere rimase e sfidò per secoli la potestà della corona. Nel XIII secolo i sovrani inglesi ebbero a che fare con continui rivolgimenti di chi componeva la parte allargata della curia. Le rivolte baronali portarono alla Magna Charta nel 1215, così come al mad parliament del 1265 e al model parliament del 1295L’istituzionalizzazione formale del parlamento fu dunque conseguenza della forza nobiliare nel temperare l’assolutizzazione del regno, cosa che garantì l’accesso anche a quegli altri attori territoriali sottoposti al fisco, ossia le città. L’assemblea si divise così nella Camera alta (Camera dei lord), dove i membri partecipavano per proprio conto, e nella Camera bassa (Camera dei comuni), dove i membri venivano “eletti”. In realtà non si trattava di un’elezione, ma più di una selezione. I candidati erano scelti a tavolino e “accettavano” l’acclamazione al loro ruolo di deputati della camera dei comuni. Quest’ultima non rappresentava, dunque, la nazione, ma era più un’aggregazione degli interessi delle contee e dei borghi, intesi come entità particolari del regno con interessi diversi dai ceti nobiliari. Fu con l’età moderna che la Camera dei comuni da parte della curia regis si fece soggetto politico a essa indipendente, pur non modificando il suo funzionamento in senso proprio.

Il parlamentarismo era, nelle parole di Gaetano Mosca1, il modo in cui la società borghese aveva ripreso un’istituzione nobiliare e l’aveva resa fondativa della propria organizzazione politica. Essa continuava comunque a fungere come aggregazione degli interessi di una parte della nazione, ossia di quella che aveva la possibilità di essere eletta. Il processo di trasformazione che andò unificando la società attraverso il concetto di nazione, poi, eliminò la frammentazione tipica del Medioevo, reinventando la rappresentanza politica e allargando il bacino degli elettori. Fu la conseguente espansione del suffragio alle parti popolari, al “demos”, che fece identificare per sapore il sistema politico parlamentare a quello antico, portando alla riscoperta del termine democrazia. Il baluardo “democratico” diventa, così, il suffragio universale, che, riprendendo nuovamente Gaetano Mosca, diventa lo strumento attraverso cui il parlamento resta preponderante nello stato nazione, rimasto “illeso” nonostante il passaggio tra le epoche e grazie alla sua versatilità ideologica, usata dai baroni medievali come dai ceti medio e popolare contemporanei.

Nomi e identità

Constatare che una forma politica medievale e “germanica” venga oggi chiamata con un nome antico e mediterraneo non è triviale, ma spiega come pensiamo la politica e come vorremmo che essa funzionasse. La differenza tra il suo essere e dover essere. La moderna “democrazia” non è venuta per razionale trapiantamento di quella antica, bensì per un inconsapevole e cumulativo processo che solo a posteriori è stato definito “democratico” per somiglianza o spirito. La trasformazione del parlamento in assemblea rappresentativa ce l’ha fatto confrontare con la demokratìa antica perché, per senso d’appartenenza, accorpiamo la partecipazione col suffragio: ossia l’elettorato attivo con quello passivo. Per questo motivo si formano storture per cui oggi la retribuzione del parlamentare viene considerata come una misura oligarchica, mentre ad Atene sarebbe stata considerata, al contrario, democratica o, dal punto di vista opposto, demagogica. L’accostamento di un nome a una cosa estranea, alla lunga, porta a idiosincrasie per cui la parola stessa perde significato. Molteplici volte si sente ripetere l’etimologia della parola “democrazia” (demoskratos), quando questa viene usata per descrivere un particolare (e storico) stato di fatto che poco ha a che fare con l’idea che vuole rappresentare. Il risultato è, da un lato, un generalizzato e trasversale impeto popolare che, richiamandosi a idee antiche, non comprende le forme attraverso cui ci si organizza nella realtà; e dall’altro, autocrazie che nascondono la loro natura con la formula del suffragio, quando di democratico, è evidente da sé, nulla hanno.

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